Intervista con Debra Mace

- Fondatrice e Presidente di "The Children For Peace"

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Qual è la situazione attuale, con il covid, nelle aree in cui operi con TCFP?

Le aree in cui operiamo sono tutte chiuse. I bambini di Waunana stanno studiando online e questo grazie al nostro ambasciatore Nabila Khashoggi. Senza di lei, non sarebbero stati in grado di continuare. A Gulu, in Uganda, i bambini non vanno a scuola e, a causa della lontananza delle loro case e della povertà, non possono studiare online. In Libano, con i rifugiati siriani, abbiamo una situazione simile e anche loro non vanno a scuola. Speriamo che gli insegnanti, poiché vivono nei campi, possano essere in grado di fare qualcosa per aiutare i bambini nella loro educazione. In Mali, la scuola è nel villaggio e sto aspettando un rapporto da lì per vedere come e cosa sono in grado di fare per continuare. Nei territori palestinesi, le scuole sono chiuse e speriamo di poter continuare il nostro programma educativo supplementare nel campo di New Askar ogni tanto questa estate. Questo darà ai bambini un po’ di supporto per continuare la loro educazione.

Avete avuto problemi con i vostri benefattori a causa del covid?

Covid ha interferito in una certa misura con la nostra raccolta fondi. Tuttavia, abbiamo due incredibili ambasciatori per The Children for Peace: Nabila Khashoggi e Piero Piazzi. Non hanno smesso di contattare le persone e hanno potuto continuare il loro lavoro a sostegno dei bambini. Ciò ha comportato l’arrivo di alcuni fondi, che sono estremamente necessari. Il loro lavoro è stato davvero fenomenale durante questa crisi. Ottenere assistenza per i bambini è anche parte della situazione legata al Covid. Non potersi muovere ha creato barriere per cui è stato difficile consegnare i rifornimenti ai bambini, ma finora siamo riusciti a fare le consegne anche se lentamente. Nabila e Piero sono eroi per i bambini e li ringrazio dal profondo del mio cuore. Hanno lavorato con me e Massimo Leonardelli durante le crisi nonostante gli ordini di rimanere a casa. È stata necessaria la creatività per sostituire il contatto di persona e questa creatività ha prodotto risultati.

Cosa significa fare del bene? e perché farlo?

Fare del bene è un concetto personale che trasmette qualcosa di positivo ad un altro. Se intendiamo fare il bene in questo modo, allora ogni azione che ognuno di noi compie a beneficio di un altro è “fare del bene”. A volte è un aiuto finanziario, altre volte potrebbe essere sotto forma di cibo, materiali o vestiti. Questo è probabilmente il modo in cui molti di noi guardano al “fare del bene”. Ma può anche essere qualcosa di semplice come aiutare qualcuno che ha bisogno di assistenza per attraversare la strada o asciugare una lacrima dall’occhio di un bambino o fare volontariato con una ONLUS. Fare del bene assume molte forme.

Quale paese ti colpisce di più?

Ogni paese mi influenza a modo suo. Ogni paese ha i suoi aspetti culturali, i suoi propri bisogni e la sua propria bellezza. Ma in ogni paese c’è un bambino che ha bisogno di aiuto. Non ho un Paese in particolare che mi abbia colpito più di un altro perché ogni volta che vedo un bambino nel bisogno, ne sono colpita. 

In tutti questi 15 anni, hai realizzato molte cose, molti aiuti .. c’è qualcosa che ti ha resa particolarmente “esaltata”?

Ciò che mi colpisce di più sono la compassione, la cura e la gentilezza mostrate dai nostri donatori per i bambini che sosteniamo. Questa è una coerenza che mi tocca profondamente. L’amore infinito dei bambini, la comprensione approfondita delle situazioni di così tanti bambini che hanno bisogno di una mano e la disponibilità a fornire loro ciò di cui hanno necessità, è stato il mezzo per spianare loro la strada e farli camminare verso un futuro più luminoso. Questo è qualcosa che ricorderò per sempre e per cui sono molto grata. Siamo uniti per costruire il futuro di tanti bambini.

Com’è composta l’organizzazione no profit? chi sono i tuoi volontari?

La ONLUS è stata fondata da me e Lamia Khashoggi all’inizio del 2005. Nel luglio del 2005, Massimo Leonardelli ha organizzato una cena in cui abbiamo raccolto fondi ed è diventato vicepresidente alcuni anni dopo. È stato davvero il primo volontario e ha organizzato ogni gala in Italia dal 2005. Ha anche trascorso innumerevoli ore in questi anni a trovare donatori e volontari per The Children for Peace per il nostro lavoro in Africa. Nel corso degli anni, abbiamo avuto diverse persone chiave che sono diventati volontari anno dopo anno. Sono italiani, americani, colombiani, siriani, palestinesi, maliani, indiani, spagnoli, ugandesi e francesi. Il nostro lavoro è svolto esclusivamente dai nostri volontari internazionali e da quelli sul campo in ogni paese. Senza di essi, sarebbe estremamente difficile operare perché siamo un’entità basata sul volontariato.

Ormai, prima a Roma e ora a Milano, il tuo gala è diventato un evento da non perdere, quanto è importante questo appuntamento?

I nostri galà annuali sono vitali. Sono iniziati in Italia e successivamente in Spagna e Francia. Il gala in Italia è fondamentale per noi perché l’ Italia è la casa della ONLUS, è dove abbiamo iniziato e dove abbiamo raccolto i nostri primi fondi. È un gala ricco di emozione e amore tra tanti amici che non mancano mai di sostenere i bambini. È diverso dalla maggior parte dei galà in quanto è un momento di felicità tra tutti gli ospiti. Sono felici di vedere il lavoro che facciamo, felici di stare insieme, felici di vedere i progetti supportati dai fondi e felici di far parte della creazione di un nuovo futuro per i bambini. Diventano famiglia per noi. Quindi il gala è diventato un momento per condividere felicità e gioia per i più piccoli. e gli adulti, come i bambini che sostengono, sorridono per tutta la sera.

Un ricordo legato a questi 15 anni di attività?

Per anni ho viaggiato in tutti i paesi da sola per controllare il nostro lavoro e vedere i bambini che sosteniamo. Portai con me Massimo Leonardelli in un viaggio in Africa, dove stavo andando a visitare alcuni dei bambini che sostenevamo. L’impatto su di lui è qualcosa che non dimenticherò mai. Era profondamente toccato da ciò che vedeva e poteva vedere a cosa serviva tutto il lavoro che aveva fatto per aiutare a raccogliere fondi. E quell’anno abbiamo avuto il nostro primo laureato, un giovane che proveniva dalla povertà estrema andato all’università con la borsa di studio Montserrat Caballe, finanziata da The Children for Peace.

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